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L’economia indonesiana è il risultato di una lunga storia di colonialimso, imperialismo e sfruttamento tanto della mandopera quanto delle risorse naturali. Ce lo spiega bene in questo articolo Gianfranco Cavalli, segretario politico del Partito Operaio e Popolare – Ticino e membro del coordinamento “Stop olio di palma” che sostiene il referendum contro l’accordo di libero scambio nel Cantone Ticino.

L’Indonesia e gli strascichi del colonialismo

Il prossimo sette marzo saremo invitati ad esprimerci sull’accordo di libero scambio fra i Paesi dell’AELS e l’Indonesia. Sarà la prima volta in Svizzera che ci si potrà esprimere su questo tipo di accordo, un’occasione storica per mandare un segnale forte di solidarietà al popolo indonesiano.
In Indonesia, lo sfruttamento intensivo delle terre e l’imposizione di un’economia esportatrice basata sulle monoculture e sull’estrazione mineraria è il risultato di un lungo processo storico. Un lavoro cominciato sotto il dominio coloniale dell’Olanda e che è stato poi portato avanti fino ad oggi con gli strumenti tipici dell’imperialismo occidentale. Tanto la Banca Centrale quanto l’FMI sono infatti dietro a tutta una serie di programmi strutturali che hanno deregolamentato l’economia e permesso la massiccia espansione delle aree di piantagioni e lo sfruttamento indistinto delle risorse minerarie.
L’unica parentesi è stata sotto il Governo del Partito Comunista Indonesiano, dopo l’indipendenza infatti il popolo ha provato a rompere con gli schemi di accesso e di controllo delle terre (ideati nell’epoca coloniale e vigenti tutt’oggi) attraverso delle riforme agrarie. Proposte che però sono finite soffocate in un bagno di sangue. Nel 1965, con un colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti, l’Indonesia è tornata a rispondere agli interessi dei Paesi dominanti, silenziando ogni forma di dissenso con la morte. Più di un milione di comunisti, socialisti, sindacalisti e persone appartenenti a minoranze etniche hanno pagato con la loro vita il loro sogno di un’Indonesia veramente indipendente.
Poco è poi cambiato fino ad oggi, l’Indonesia ha attualmente un’economia centrata principalmente sull’esportazione di prodotti tessili, agricoli e minerari, tutti basati sullo sfruttamento spietato tanto delle risorse naturali quanto degli esseri umani. Solo nel 2019 una superficie equivalente a quella del nostro Cantone è stata distrutta per fare spazio alle piantagioni di palma d’olio e ad oggi, secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, un milione e mezzo di bambini lavorano nella filiera produttiva dell’olio di palma.
L’accordo che andremo a votare non farà che peggiorare le cose, esso prevede infatti una protezione più rigorosa della proprietà intellettuale e una liberalizzazione del settore bancario. Le varie esperienze passate mostrano che sono soprattutto le industrie farmaceutiche e finanziarie che beneficiano di tali disposizioni.
Per la popolazione indonesiana, invece, significa medicine più costose, un settore bancario locale indebolito e un accesso più difficile alle sementi.
Se vogliamo quindi mettere al centro le persone e l’ambiente e non l’interesse delle multinazionali, il prossimo 7 marzo dobbiamo votare no all’accordo di libero scambio con l’Indonesia.