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Un’intervista con Kartini Samon dall’Indonesia.

Può delineare la direzione in cui l’Indonesia sta attualmente andando?

L’Indonesia è attualmente molto agguerrita nell’aprire il suo mercato agli investimenti stranieri. Sta partecipando attivamente a molti accordi commerciali, come il CEPA UE-Indonesia, l’accordo Asia-Pacifico, l’EFTA-Indonesia, ecc., che non solo regolano il commercio di beni, ma forniscono anche molta protezione e diritti alle grandi aziende e agli investitori. La rapida ed eccessiva apertura agli investimenti internazionali si riflette nei cambiamenti della legislazione nazionale. Per esempio, l’approvazione della legge Omnibus, la legge mineraria che favorisce gli investimenti, le infrastrutture e le industrie estrattive, potenzia il grado di sfruttamento della manodopera e dei terreni a detrimento dei diritti dei lavoratori, dei contadini e dell’ambiente.

Cosa la preoccupa di più?

Sicuramente il ritmo della distruzione ambientale e poi la sottrazione dei mezzi di sussistenza alle persone locali, il tutto a favore di qualche magnate e multinazionale. Incendi boschivi, inondazioni, siccità e messa in pericolo di molte specie sono le drammatiche conseguenze ambientali dello sfruttamento aggressivo delle terre. Inoltre, sempre più persone sono in fuga. Oltre ai disastri ambientali in crescita si aggiungono anche le minacce contro le comunità, gli attivisti e i giornalisti che mettono in discussione lo stato delle cose. E tutto ciò è legalizzato da leggi e regolamenti a favore di accordi di libero scambio. 

Cosa pensa delle politiche di libero scambio, specialmente dal punto di vista degli agricoltori e delle popolazioni rurali indonesiane?

Le politiche di libero scambio hanno sempre avuto lo scopo di dare più diritti e protezione alle multinazionali e agli investitori. Non si è mai trattato di regolare solo l’import-export di beni e servizi, ma di andare oltre. Molti accordi commerciali sono utilizzati per facilitare la privatizzazione e la commercializzazione delle risorse agricole, come terra, acqua e semi.
Sono anche utilizzati per ridurre l’eccesso di offerta di prodotti agroalimentari attraverso le riduzioni tariffarie. Per gli agricoltori e le popolazioni rurali, gli accordi di libero scambio sono decisamente dannosi. Non dico che gli scambi non debbano esserci, ma dal punto di vista della sovranità alimentare dobbiamo rafforzare e proteggere il mercato locale, mentre gli accordi di libero scambio hanno l’effetto opposto: indeboliscono la protezione statale dei prezzi e del mercato locale e mettono gli agricoltori e la popolazione rurale in concorrenza diretta con le grandi corporazioni senza alcuna protezione. In questo gioco le comunità locali sono sempre le sfavorite.

Può spiegare la realtà della vita dei popoli indigeni, la loro diversità e importanza, e le minacce che affrontano? 

La vita dei popoli indigeni e delle comunità rurali è molto interconnessa e dipendente dall’ambiente in cui vivono. Attualmente, il loro habitat viene distrutto a ritmo serrato da piantagioni su larga scala, miniere, sviluppo di infrastrutture. Solo nel 2020, ci sono stati più di 240 conflitti agrari in Indonesia, e i casi contro le piantagioni di palma da olio sono i più frequenti.

Quali effetti concreti avrà l’accordo EFTA?

L’accordo peggiora significativamente la situazione dei piccoli produttori alimentari in Indonesia. Obbligando l’Indonesia ad essere membro dell’UPOV91 (Unione internazionale per la protezione delle nuove varietà vegetali), viene minacciata la libertà degli agricoltori di mantenere, allevare e scambiare i propri semi. L’UPOV91 riconosce e promuove solo l’omogeneità del seme e quindi la coltivazione. Questo porta all’erosione genetica e alla vulnerabilità degli agricoltori e minaccia migliaia di anni di lavoro compiuto nella selezione e nell’allevamento di tutte le colture che ci nutrono oggi. Nessuno dei paesi dell’EFTA è membro dell’UPOV91, poiché aderiscono tutti a un regolamento meno rigoroso (UPOV78), quindi perché obbligano l’Indonesia ad aderire all’UPOV 91?
Nel frattempo, l’EFTA aumenterà anche l’importazione di pesce congelato dalla Norvegia e dall’Islanda verso l’Indonesia, eliminando le tariffe su oltre l’80% dei prodotti dai paesi EFTA all’Indonesia. Attualmente, il 60% delle importazioni totali di salonesia provengono dalla Norvegia e quasi il 70% delle esportazioni di pesce dall’Islanda finiscono in Indonesia. Il mercato indonesiano è quindi particolarmente attrattivo per l’industria della pesca per i paesi EFTA. Ciò porterà probabilmente a una concorrenza ineguale per i quasi 3 milioni di piccoli pescatori indonesiani.

Cosa pensi dell’etichetta RSPO?

La RSPO è la risposta dell’industria dell’olio di palma ai conflitti e ai problemi ambientali, come la deforestazione, che sono sorti dalla rapidissima espansione del settore, in particolare in Indonesia e Malesia, negli ultimi 20 anni. Ma le procedure, i principi e i criteri della RSPO sono spesso molto difficili da capire per le comunità locali. Le procedure di certificazione sono infatti scritte nelle lingue da cui provengono le multinazionali e i testi sono particolarmente difficili alla comprensione se non si è professionisti. Questo è un grande vantaggio per le aziende che chiedono la certificazione, e spesso una fonte di frustrazione per le comunità locali. Un altro aspetto problematico è che la RSPO non è uno strumento efficace per risolvere il crescente fenomeno del land grabbing, l’impianto di più monocolture per l’esportazione. Penso che parlare di “sostenibilità” senza mettere in discussione gli aspetti dell’espansione della monocoltura su larga scala sia greenwashing. Le corporazioni stanno diventando più forti attraverso meccanismi come la RSPO, e la lotta delle comunità per resistere al land grabbing, per difendere i loro territori, sta diventando sempre più difficile.

Cosa pensa degli investimenti diretti, che sono regolati nell’allegato dell’accordo di libero scambio?

Ci sono pochissime eccezioni o restrizioni nel campo degli investimenti diretti dell’EFTA, compresi alcuni settori importanti come l’agricoltura e l’estrazione mineraria. Ciò significa che permette potenzialmente più investimenti diretti esteri anche nei settori che stanno già affrontando conflitti per la terra e il degrado ambientale. 

Cosa pensa che dovrebbe essere fatto urgentemente per migliorare la situazione dei contadini e degli indigeni, compresa la sicurezza alimentare e l’accesso alla terra?

Quello che bisogna fare urgentemente è risolvere i conflitti legati alla proprietà e allo sfruttamento della terra, che attualmente vedono scontrarsi contadini e indigeni con le corporazioni. È necessario rivedere e valutare tutti i permessi per le industrie estrattive e le infrastrutture che violano i terreni. Le comunità locali devono tornare a gestire le loro terre. Ci deve essere una protezione dei prezzi e un sostegno al mercato locale. Possiamo commerciare anche senza tutte le regole restrittive degli accordi di libero scambio.

Cosa possiamo fare da qui in Svizzera per migliorare la situazione in Indonesia e rafforzare il vostro lavoro?

Rafforzare e costruire la solidarietà con il popolo indonesiano sostenendo l’appello delle OSC (Organizzazioni della società civile) indonesiane, delle donne, degli agricoltori, dei pescatori, dei gruppi sindacali per fermare gli accordi di libero scambio che continuano a colpire la vita delle persone e l’ambiente. Smascherare le società svizzere come Syngenta, Nestlé e altre per i danni che hanno fatto all’ambiente, al clima e alla gente in paesi come l’Indonesia.


Kartini Samon lavora per l’ONG Grain e precedentemente ha lavorato per diversi anni per il movimento contadino indonesiano SPI e La Via Campesina Southeast and East Asia. È una nutrizionista e ha un background nello sviluppo rurale.